La bonifica della fabbrica dei veleni, la Miteni di Trissino? «Una chimera». Lo studio epidemiologico accurato sulla presenza negli individui veneti dei temibili derivati del fluoro i temibili Pfas, finiti nell’ambiente a causa dei reflui della stessa ditta? «Un miraggio». I risultati del fantomatico piano di monitoraggio promosso dalla Regione Veneto sulla contaminazione alimentare, sempre da Pfas, annunciato più volte urbi et orbi? «Un enigma chiuso in un cassetto». Non fanno sconti gli attivisti della rete ecologista del Veneto che ieri 20 dicembre a mezzodì si sono trovati in cento sotto il tribunale di Vicenza dove peraltro si sta svolgendo il maxi processo per disastro ambientale e bancarotta che coinvolge una quindicina di figure chiave legate proprio alla Miteni: accusata di aver inquinato buona parte del Veneto centrale tra Veronese, Vicentino e Padovano.
L’obiettivo principale del presidio è stato «quello di dare la sveglia agli enti competenti» dal Comune di Trissino alla Provincia di Vicenza fino alla Regione Veneto, in primis a palazzo Balbi, sede della giunta. «È inconcepibile – hanno detto più volte gli attivisti – che nonostante i proclami delle istituzioni e fiumi d’inchiostro in forma di annunci roboanti sia la bonifica sia un ben meno pretenzioso piano di messa in sicurezza del suolo contaminato si siano ridotti ad un rimpallo tra enti». Poi, non a caso il sit-in è stato organizzato sotto la sede del Tribunale e della Procura, è stata data la sveglia anche alla magistratura. Che così stando le cose «dovrebbe aprire un fascicolo per omessa bonifica a questo punto visto che lo stato di rischio è conosciuto nel dettaglio già dal 2014». In altre parole «è giunto il tempo che la magistartura indaghi anche questo ambito»
«POPOLAZIONE GIÀ GRAVEMENTE DANNEGGIATA»
«Oltre ai tavoli istituzionali, in una recente audizione presso la Commissione parlamentare Ecomafie, è emersa l’esistenza di un ulteriore Tavolo di approfondimento di cui non si conosce né la composizione, né i contenuti discussi e tanto meno le priorità stabilite e i risultati conseguiti. Vista la situazione del territorio, in cui il plume contaminante continua a fuoriuscire dal sito Miteni e con una popolazione già gravemente danneggiata, riteniamo grave questo modo di agire». Queste sono le parole con cui Michela Zamboni, uno dei volti più noti del coordinamento delle «Mamme no Pfas», ieri ha descritto la cornice dei numerosi interventi che si sono seguiti poco dopo. Interventi che sono stati raccolti in una nota molto pepata pubblicata ieri pomeriggio.
«CABINA DI REGIA OCCULTA»
«Il mistero» attorno al tavolo di approfondimento sull’affaire Miteni istituito presso la Prefettura di Vicenza, «non si sa bene come, quando, con quali attori e per quali finalità», da tempo sta facendo storcere il naso alla galassia ecologista nordestina. Anche perché il lavoro della stessa commissione sul punto, è stato considerato, proprio da una pezzo della rete ecologista, «almeno fino ad oggi non sufficientemente incisivo». Tanto che gli stessi attivisti hanno ribattezzato, senza tanti giri di parole, il coordinamento che si sarebbe insediato in contrà Gazzolle «come una sorta di cabina di regia occulta».
INCOGNITE GIUDIZIARIE
Sullo sfondo della vicenda Pfas caso poi rimangono gli interrogativi sul piano giudiziario: il processo di primo grado ormai «sta volgendo alla fine». Ieri si sono moltiplicati a più riprese gli appelli affinché la giustizia faccia il suo corso e affinché «vengano puniti coloro che saranno ritenuti responsabili». Sul processo poi però incombono anche «l’incognita della prescrizione» ma soprattutto quella della improcedibilità nei successivi gradi di giudizio a causa dei cascami della riforma Cartabia. La applicabilità di quest’ultima al processo in corso è questione tuttora molto dibattuta fra gli addetti ai lavori peraltro. Ieri durante il presidio peraltro è intervenuta anche Cristina Guarda. L’eurodeputata di Ev ha punatto l’indice contro i portatori di interesse della chimica, della grande industria e del comparto militare accuasanoli ad alzo zero. «Da tempo – attacca Guarda – costoro stanno dando vita ad una intollerabile azione di lobbismo tesa a procastinare sine die una modifica della norma europea che bandisca la produzione dei Pfas ossia di questi temibilissimi derivati del fluoro». Una azione di lobbyng, denuncia ancora Guarda cui si sarebbe piegato, senza batter ciglio, anche l’ex premier italiano Mario Draghi.
L’AFFONDO DI CECCHI
«Al netto di ogni considerazione – ha commentato in chiusura Luca Cecchi, della rete veronese dei genitori No Pfas – da tempo sul tappeto rimane un aspetto dirimente. Ogni volta che c’è un processo di questo genere sono le vittime a dover dimostrare di aver patito nella propria salute. Questa condizione può dare vita a torsioni insostenibili per chi ha patito conseguenze di ogni tipo». Si tratta di un concetto ribadito da Cecchi davanti alle telecare di Vicenzatoday.it durante il presidio di ieri. Un presidio dal quale è uscito un altro dato «allarmante»: quello sul cattivo stato di salute di parecchio fiumi veneti anche per la presenza dei temibili Pfas, «pure di recentissima gnerazione», nelle acque superficiali. Fra questi fiumi, denuncia Legambiente, ci sono anche il Retrone e il Fratta Gorzone: che solcano in toto o in parte proprio il Vicentino.
ASCOLTA L’INTERVENTO DI LUCA CECCHI
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